giovedì, giugno 10, 2004 Mi capita fra le mani questo famoso romanzo di Remarque, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" e visto che la donna delle pulizie ha ben ritenuto di nascondere chissà dove il tomo di Bulgakov, inizio a leggere. E' un libricino piccolo, saranno 250 pagine e lo finisco in 2 giorni, e subito mi piace. E' un libro molto emotivo, crudo per molti versi ma ritengo sia una lettura che andrebbe propinata alle nuove generazioni, che credono che la guerra sia quella dei videogames mentre ingrassano le loro schifose pance pensando che tutto sia dovuto, oppure saltellano inneggiando alla pace senza neanche saperne tracciare i confini, assaporarne il senso ultimo.
Ci troviamo davanti a un romanzo asciutto, senza tanti fronzoli: la storia di un ragazzo tedesco appena diciottenne spedito al fronte durante la prima guerra mondiale, sulla scia dell'entusiasmo indotto dalla propaganda dell'impero, e si ritrova invece a fare i conti con morte, la morte brutta quella dolorosa quella atroce e lenta, dei suoi compagni e di tanti ragazzi come lui, si trova a fare i conti con l'orrore mentale che un simile evento instilla ,come una goccia che cade pervicace, nella testa di chi si trova sotto le granate, si trova a fare i conti con lo sbriciolarsi di una prospettiva futura, di un equilibrio e di un soddisfacimento delle emozioni di giovane oggi, di uomo poi. Ed è un ritratto veramente vivido di una generazione, immagino fine 1800, che anche se non è morta sotto le bombe anglofrancesi, sicuramente uscì distrutta da una guerra che abbandonava i connotati "medievali" di battaglia, di lotta e abbracciava le nuove tecnologie -aerei, mitraglie, bombe e tank- in grado di sterminare a decine i soldati di fanteria nella maniera più truculenta. A tratti mi ha ricordato un film con Sordi e Gassman, "La grande guerra", specialmente le scene con i treni ospedale e le casse dei morti. E' vero anche che a volte sembra proprio che l'autore -che peraltro combattè davvero in trincea nella guerra del 15-18- calchi appositamente la mano, per schiaffeggiare il lettore e stimolare la sua reazione, il suo sconcerto, e questo può anche essere controproducente (io la chiamo sindrome di Schlinder's List: un film nelle intenzioni encomiabile, ne è risultato un'opera davvero troppo melensa e a senso unico che alla fine tifi per i nazisti) ma in fondo, chi di noi può dire com'era davvero stare in trincea? I miei nonni, che già parteciparono alla seconda guerra mondiale e non alla prima, mi raccontavano l'orrore e io potevo leggere il terrore nei loro occhi, ma chi può immedesimarsi senza aver vissuto queste esperienze?
Leggetelo, fate vostro questo libello e introiettatelo. Vale miliardi di volte qualsiasi bandiera della pace appesa al balcone, qualsiasi stupida manifestazione di piazza a ritmo di bonghi e magari la prossima volta che giocherò a Call of Duty, ci penserò un pò su che noi esseri umani siamo veramente la peggior cosa che esiste nel cosmo.
postato da: demonedellautunno | commenti (2) sabato, giugno 05, 2004 E mentre finisco Bulgakov mi capita questo libro sugli scaffali dall'incipit spettacolare e di un autore assolutamente ignoto anche ai suoi più stretti parenti. "Il meglio che possa capitare a una brioche" è la prima fatica letteraria di Pablo Tusset, informatico di professione e scrittore a tempo perso ed è un viaggio onirico nelle notti di Barcellona in compagnia di un antieroe sbandato cocainomane e filosofo metafisico alla ricerca, senza tanta convinzione per la verità, della soluzione a un mistero che coinvolge la sua famiglia fra personaggi inquietanti, donne disposte a fugaci incontri sessuali e tanto, tanto sarcasmo.
Il romanzo dovrebbe essere un giallo ma in realtà non c'è omicidio e la soluzione, incompleta, arriverà solo nelle ultime pagine dopo aver assistito a uno spaccato di diversi giorni di vita di Pablo Miralles, il protagonista, che esce per un momento dalla sua apatica condizione di disadattato per indagare sul misterioso rapimento del suo ricco, arrogante e vincente fratello. E il racconto è decisamente godibile, merito anche di uno stile di scrittura fluente, non particolarmente ricercato e decisamente tagliente cosicchè è facile ritrovarsi a voltare le pagine del libro con sorprendente velocità, assorti nello scorrere degli eventi. Dal punto di vista dello stile adottato, oltre il già accennato ricorso a una sana dose di ironia nera, Tusset pende verso il colloquiale, il che implica un vocabolario limitato e il frequente utilizzo di scurrilità varie, il che a mio parere è ben sopportabile se si inquadra appunto la narrazione da un punto di vista "realistico", ma specie nelle descrizioni di rapporti sessuali potrebbe portare a fastidio. Molti i dialoghi, assolutamente nessuna descrizione ambientale se non lo strettissimo necessario per accennare le locazioni in cui si dipana la trama ma plaudo al tentativo di portare i nuovi linguaggi di internet, primo fra tutti lo stile colloquiale delle chat, all'interno di un romanzo fruibile a chiunque. E dal momento che l'autore è un informatico di professione, nulla da eccepire sulla bontà del risultato. Insomma, si punta piu' sull'effetto "immedesimazione" che sullo sfruttamento di capacità linguistiche e -forse- artistiche. I personaggi sono un certo numero, alcuni bel caratterizzati e approfonditi altri solo accennati, alcuni forse leggermente troppo caricaturali ma tutti assolutamente plausibili e naturali, il che secondo me è un bel pregio. La trama non è esattamente ciò che si definisce astuta, e il finale, come già mi è capitato con altri libri di scrittori emergenti, lascia un pò a desiderare e in ogni caso per tutta la durata della storia, anche a dispetto dei pur vari colpi di scena introdotti, si ha, senza che venga meno la godibilità del racconto, una strana sensazione di "forzatura" a portar avanti le situazioni narrate, come se la narrazione non portasse da nessuna parte e a volte sembra di essere davanti a una cucitura di tante buone idee in un tutt'uno, laddove poi non è infrequente sentire echi di altre produzioni, decisamente Tusset deve essere un appassionato di cinema, a influenzare molte circostanze narrative, una su tutte il bordello Jenny G. che sembra una versione moderna della villa kubrickiana di Eyes Wide Shut.
In conclusione, direi che è un ottimo disimpegno serale fra un libro russo e un mattone europeo middle-romance-era, oltretutto feltrinelli lo offre a un prezzo accessibile a tutte le tasche. postato da: demonedellautunno | commenti (2) giovedì, maggio 06, 2004 Loffio. Ecco come potremmo definire la nuova fatica di Richard Mason, intitolata laconicamente "Noi". Dunque il nostro amico aveva scritto, alla tenera età di vent'anni, un libro entrato di diritto nella top seven del demone, ossia quell'"Anime alla deriva" che fu a suo tempo un piccolo caso letterario, a dispetto della traduzione del titolo orrenda (in originale era intitolato "The drowning peole", il che rende moooolto di più). Un libro scritto eccezionalmente bene, costruito alla grande, personaggi vividi, storia avvincente e colpo di coda finale da mascella per terra. Era lecito dunque attendersi qualcosa di notevole dalla sua seconda fatica, ora che a ventisei anni compiuti poteva contare su una certa esperienza, mezzi e talento maturato. Purtroppo non è stato esattamente così, e il romanzo lo dico subito, è riuscito solo a metà lasciando con un amaro in bocca consistente dopo aver voltato l'ultima pagina ed esser rimasti un pò perplessi a fissare la terza di copertina.
Le capacità narrative ci sono ancora tutte, e sono utilizzate alla grande come al solito: una prosa scorrevole, avvolgente, varia (forse qualche termine troppo abusato nelle descrizioni dei personaggi) e dalla capacità non comune di avvincere il lettore. Ho anche apprezzato particolarmente il fatto di modificare l'architettura dell'intreccio segmentando la storia in tanti mini paragrafi di qualche pagina al massimo ognuno scritto nei panni di uno dei tre personaggi che si intersecano. Il quarto personaggio principale, quello attorno cui ruota tutta la vicenda, per motivi che comprenderete dopo poche pagine, non può raccontare il suo punto di vista. Certo, questa idea è mutuata pari pari da un certo filone di cinema contemporaneo che ha in Quentin Tarantino il suo esponente principale e in Pulp Fiction il suo metro di paragone, ma Mason rende bene in letteratura questo accavallarsi di scene secondo un ordine temporaneo sparso e coglibile nel suo insieme solo alla fine del lungo flashback centrale.
E all'inizio tutto faceva ben sperare, i tre personaggi della storia sono introdotti "carptim", come direbbe Ovidio, ossia per monografie e ben tipizzati. Sono subito molto riconoscibili per reazioni e comportamenti, quasi che alla fine del romanzo potremmo dire come risponderà Julian a una certa domanda o come si comporterà Adrienne davanti una certa situazione. Sapete da piccoli quando facevamo quelle bolle di sapone con l'asticella con il cerchio zigrignato in fondo... poi scoppiavano e ci rimanevamo malissimo, perchè erano così belle, multiformi, colorate... affascinati. Beh, questo romanzo mi è sembrato proprio questo... una bellissima bolla colorata che poi scoppia nel nulla lasciandomi con un punto interrogativo sulla fronte. Sconclusionato, pieno di idee accatastate completamente a caso, di spunti narrativi interessanti eppure lasciati inspiegabilmente non approfonditi, momenti serrati e dettagliati alternati ad altri in cui il tessuto temporale è lacero e sfilacciato, e l'evento centrale della storia, quello da cui tutto è nato, floscio, privo di mordente, un candelotto di dinamite che fa "puff" anzichè deflagrare, chiudendo la storia con un finale senza nè capo nè coda, tipo film americano in seconda serata di Italia 1, in cui si vorrebbe palesare un valore catartico e una nemesi, ma si finisce solo per sconcertare il lettore, già disorientato dalla conclusione della vicenda di Julian e Adrienne.
Alla fine della fiera, non posso asserire che questa ultima fatica di Richard Mason non mi abbia intrigato in alcune sue parti, nè che il tomo si sia letto con difficoltà. Rimane semplicemente la sensazione di un'opera data alle stampe troppo frettolosamente, che avrebbe avuto bisogno di un maggiore lavoro di cesello. Da leggere sicuramente dopo "Anime alla deriva" e in ogni caso senza particolare urgenza.
postato da: demonedellautunno | commenti martedì, aprile 27, 2004 Iniziai a leggere Camilleri con "La concessione del telefono" che mio padre aveva lasciato chissà dove per casa, e mi fu subito congeniale quello stile scritto mezzo dialetto mezzo italiano ma interamente ironico, avvolgente. All'epoca Camilleri era un perfetto sconosciuto ma i successivi romanzi di un oscuro commissario un pò testadicazzo in una immaginaria Sicilia contemporanea mi folgorarono, appassionandomi e rendendomi assolutamente "Camilleri"-addicted, benchè stranamente una delle opere meglio riuscite del nostro sia a mio parere quel "Birraio di Preston" che non ha Montalbano come protagonista ed eppure rimane una piccola perla di narrativa, di humor e di affresco di un certo popolo ancora affine per vizi e virtù al nostro. Ed è chiaro che l'omino della libreria neanche aveva sistemato sullo scaffale le copie della nuova fatica letteraria di Camilleri che io già ero in fila alla cassa con il tomo assicurato nella mia mano capiente e pronto ad immergermi nel mondo di Vigata e del commissario più stronzo ed onesto che l'Italia abbia mai avuto. Non so bene da cosa derivi questa mia passione per il mondo siciliano che Camilleri descrive nei suoi libri, in particolare quelli del commissario di Vigata. Forse perchè ho passato le estati di molti anni della mia infanzia in quel di Soverato, forse perchè sono stato 6 anni con una calabrese che mi ha insegnato ad amare il bianco delle pareti mezzo sgretolate, le palme pazienti sotto il sole, il luccichio delle acque di un mare particolarmente bello e insidioso. Fatto sta che leggendo le pagine di questi romanzi gialli mi sembra di essere ancora nelle viuzze con le persiane azzurre richiuse, sui lungomari pigri, sotto i cieli stellati e finalmente freschi dopo una giornata incandescente. Ed è forse uno dei migliori libri di Montalbano questo, organizzato in tre racconti diversi per stile e accomunati dalla mancanza del morto, del sangue, ma non del pretesto per muovere i personaggi di sempre, nel commissariato, nel paese, nelle linee telefoniche, in un palcoscenico agrodolce e vividissimo. Dialoghi spettacolari, incastri narrativi semplici eppure intelligenti, feroce ironia di costume e la solita Sicilia descritta con tale opportunità e amore che ti viene sempre voglia di comprarti la villetta a fianco di quella di Montalbano e farti una nuotata con lui la mattina presto, o prenderti un caffè sulla verandina. Tre racconti lunghi, dicevo, in cui Camilleri sviscera un altro pezzettino del suo vincente personaggio e allo stesso tempo lo fa progredire, lo fa invecchiare, in una parola, evolvere.
E sembra davvero che la dimensione opportuna che Camilleri stia scegliendo per il proprio eroe sia quella del racconto, frammentazione e incisività, approfondimento e sferzata ironica... vedremo come si evolveranno le cose, certo è che la maggior parte della produzione relativa al commissario di Vigata sia sotto forma di racconto piuttosto che di romanzo intero, come a sottolineare la peculiarità della situazione di Montalbano, che abbiamo visto nell'ultima opera "intera" decisamente in crisi con se stesso e la vecchiaia che avanza. La prima storia sembra stilisticamente datata, forse uno dei primi esperimenti letterari di modus narrativum, la terza potrebbe essere tranquillamente una appendice, un diverso filone narrativo di una indagine descritta in qualche altro romanzo del Montalbano più recente e maturo. Particolare attenzione va invece tributata al racconto che dà anche il titolo al libro. La prima indagine di Montalbano infatti approfondisce la descrizione del nostro eroe all'indietro, all'humus che ha generato il personaggio come poi si sarebbe fatto conoscere nelle indagini successive, dalla "Corda di Violino" fino all'ultimo, a dire il vero non molto soddisfacente, "Giro di Boa". E fa un pò specie vedersi un Montalbano coi capelli lunghi (diciamoci la verità, ormai tutti ce lo immaginiamo col volto di Zingaretti... mioddio) e senza Livia che gli rompe i cabasisi dall'altra parte della penisola, ma invece abbracciato a un'altra ragazza che sarà anche la promotrice di Vigata come destinazione finale del novello commissario.
In conclusione, a me è piaciuto veramente tanto. postato da: demonedellautunno | commenti giovedì, aprile 22, 2004 La lontananza forzata dalla tastiera si è riflettuta anche in questo blog, aperto come traccia dei libri e dei film e dei cd assaporati, goduti, buttati contro il muro a manifestare disappunto. Dunque, che ho letto in questi mesi due mesi? Vediamo: i. Dodici Racconti Raminghi, di Marquez ii. Il morto che non riposa, di Cullinghford iii. Doppio Sogno, di Schnitzler uhm ci devo pensare... riaggiorno più tardi...
Ok ho anche iv. La rivoluzione del clima, di Fargan v. La prima indagine di Montalbano, di Camilleri (che recensisco domani). postato da: demonedellautunno | commenti martedì, gennaio 20, 2004 Tullio Avoledo sa scrivere. Ha una certa stoffa e anche idee narrative apprezzabili. Ma questa sua seconda fatica , "Mare di Bering", non mi convince.
In un futuro molto simile al nostro, eppure diverso e sinistramente deviato, ma di quel tanto che le aberrazioni sociali in esso evolute potrebbero benissimo essere le nostre, si dipana l'inutile storia di Mika, ragazzetto venticinquenne alternativo e linguacciuto che per tirare a campare rimedia tesi di laurea finte per studenti dal portafoglio gonfio. Se dicessi che i personaggi centrali dei romanzi di Avoledo sono piatti, direi una falsità. Si nota tuttavia un certo fil rouge fra il Giulio Rovedo protagonista dell'"Elenco telefonico di Atlantide" e il Mika Ganz che imperversa per le troppe pagine di questo secondo romanzo del nostro. E allora ecco i dialoghi perfetti e avvincenti, veri e divertenti, a cui fanno da contraltare le brevi descrizioni salaci e imperdibili, un pò un brand, degli stati d'animo vissuti ora dal protagonista, ora dal comprimario di turno. Meno bene, a mio parere, la capacità descrittiva per così dire "seria" pur tentata in diversi frangenti... chi volesse bearsi di bei passi di prosa cerchi altrove, non certo qui.
E se il gioco messo in atto con il precedente lavoro, di mettere nel calderone un gran quantitativo di spunti narrativi, di sottotrame intrecciate, lasciando poi i vari fili appesi, atrofizzati, non sviluppati, poteva anche avere la sua ragione in quanto opera d'esordio, si nota in questo "Mare di Bering" il medesimo sintomo ma involuto, tanto che in alcuni punti c'è la netta sensazione che si stiano leggendo pagine perfettamente inutili, che si potevano anche tagliare in ragione di una fabula più snella e approcciabile e magari sensata. La storia dei due handiccapati, per esempio. Incomprensibile, eppure occupa interi capitoli. E meno male che lo stile di avoledo resta sempre leggero e ironico, altrimenti il lettore potrebbe essere portato a trovare nuove modalità per appizzare il fuoco nel camino. Insomma, alla fine si chiude il libro e si resta con l'amaro in bocca, per una storia più grigia e amara di quanto fosse lecito aspettarsi, per l'evolversi quantomeno caotico della serie di avvenimenti, per non dire la surrealtà di alcuni di essi (ma quest'ultima cosa potrebbe non essere per forza un elemento negativo... solo che non so la ragione all'ultima pagina diventa un elemento negativo, come quando al cinema finisci di vedere un film ma i pezzi non ti quadrano, trovi discrepanze narrative o forzature e ti incazzi perchè pensi che il regista ti voglia coglionare, ecco la sensazione è un pò quella...). Con tanto di citazione dal "dottor stranamore", che anche in considerazione del finale di "Terminator 3", deve essere tornato in qualche maniera di moda negli ambiti culturali occidentali (o forse, sono tutti dei sommi ignoranti del cinema pre-silicon-graphics ed è solo un modo per esorcizzare la paura di un conflitto nucleare), il tomo si chiude con un improbabile happy end. Mi sembra di aver già affossato abbastanza questo pure apprezzabile librozzo, per cui eviterò di citare la pretesa di introspezione e caratterizzazione psicointeriore dei vari personaggi, fallita miseramente, e dico solo che in attesa del terzo romanzo di questo pur buono scrittore, meglio orientarsi sulla prima opera, più riuscita e narrativamente godibile (il che è tutto dire!)... per tutti quelli che hanno apprezzato l"Elenco telefonico di Atlantide", magari in attesa che esca in versione economica (quella rilegata è stato un regalo, ma mi sa che costa una cifra arrotondata per eccesso).
Link al sarchiapone... postato da: demonedellautunno | commenti lunedì, gennaio 19, 2004 Per i più Guy Ritchie è il marito di madonna. Ma è anche un simpatico ragazzetto che fa il regista a tempo perso, o perdendo tempo, a seconda dei casi. Il film remake dell'originale wertmulliano con protagonista la mogliera faceva effettivamente cagare registrando un tempo di permanenza in sala misurabile in minuti primi, tuttavia il nostro si era distinto precedentemente per due ottime pellicole di cinema inglese tagliente, un pò noir e sopratutto tanto, tanto intrigante. "The snatch", che contava anche un cast forte di un buon Brad Pitt, è stato il punto di partenza. "Lock&Stock", l'antesignano.
E proprio di quest'ultimo mi sono beato una qualche sera fa di allegro scazzo. Dunque, è ovviamente difficile fare dei paralleli corretti con il suo successore, molto simile, dal momento che avendolo visto per primo mi viene naturale paragonare L&S ad esso, pur percependo che sarebbe più corretto l'inverso. E d'altronde, i due film sono molto simili e il regista stesso non nasconde che siano stati il frutto del medesimo "calderone" di idee. I due film sono ambientati in una londra fatta di malviventi, situazioni paradossali e humor nero inglese. Troviamo echi di Tarantino (non potrebbe essere altrimeni, sia per incastro delle scene, che scelta del tessuto temporale, fino a certi tipi di inquadratura) ma anche idee personali molto interessanti, come ad esempio la sequenza in cui Eddie, persa una cifra indecente a poker, si alza dal tavolo verde ed esce, realizzata con una sorta di motion blur accompagnata da un commento sonoro davvero azzeccatissimo. In questa pellicola non esiste un protagonista vero e proprio, quanto una pletora di soggetti altamente peculiari e sfiziosissimi... Henry "L'accetta" , re del porno e baro amante dei moschetti del '700 ... Nino il trafficante greco che puo' rimediarti qualsiasi cosa tu abbia bisogno...ma sopratutto il nero del bar (ora mi sfugge il nome) che da fuoco in tutta tranquillità ad un avventore in una delle scene più divertenti del film... I dialoghi sono talmente perfetti da fare invidia a Pulp Fiction, con la loro dose di volgarità e durezza ma sopratutto sarcasmo, a sacchi, a vagonate. Lo adoro per questo. I love it, come si dice. E sono anche bravi gli attori, che pur non essendo nomi noti si rendono capaci di una recitazione credibile e convincente (e qui mi vengono in mente certi sfigati pseudorecitanti di casa nostra...ma lasciamo perdere) tanto da essere in larga parte riutilizzati nel successivo lungometraggio del nostro.
Tutto gira attorno a una partita di poker persa, a un debito da saldare, a un enorme quantitativo di marijuana e due moschetti di fine '700. Sono tutti dei cattivi, chi più chi meno, e gli oggetti di cui sopra passeranno di mano in mano in un crescendo di assurde situazioni spesso e volentieri sanguinolente. Il minutaggio scorre via velocemente, non c'è una sola fase morta, ci si appassiona e ci si diverte. Il finale, come una commedia plautina, è talmente funambolico che uno neanche se l'aspetta, Ritchie è bravo a creare un climax di intrecci che vengono fatti confluire e contemporaneamente sciolti in una eccezionale quanto spassosa sequenza che cita ancora il Tarantino delle Iene.
Insomma, un film tutto trama e niente effetti speciali, come pochi (Tarantino non è più fra questi) ormai se ne fanno e perdipiù incredibilmente riuscito...a questo punto la speranza è che il nostro si riprenda dal rincoglionimento da matrimonio con popstar dalle manie di grandezza e ci produca un terzo capolavoro dopo questo e "The Snatch".
Il classico link (in)utile... postato da: demonedellautunno | commenti (1) mercoledì, gennaio 14, 2004 Nick Hornby mi fu presentato la primavera scorsa dalla mia allora compagna, Francesca, in una delle nostre prime uscite. Lei mi regalò "Alta fedeltà" perchè era uno dei suoi libri preferiti e poi il protagonista, un musicofilo sarcastico e perennemente in crisi le ricordava il sottoscritto. Beh, tralasciamo la mia risposta alla questione, e saltiamo in autunno dove capita che la mia frequentazione del periodo, Maurizia, se ne esca che devo assolutamente leggere Nick Hornby che è fighissimo troppo bello profondo eccetera eccetara. E si palesa con questo "Come diventare buoni" la cui protagonista,a suo dire, sembra proprio lei ehi guarda mi sono proprio immedesimata è un libro fighissimo troppo bello profondo eccetera eccetera. Beh, tralasciamo la mia risposta alla questione e veniamo nel merito, e comunque a quanto pare finchè il nostro continuerà a produrre romanzi, io avrò nuove possibilità col gentil sesso. Sono un tradizionalista, che devo farci.
"Come diventare buoni" è un romanzo sornione, disimpegnato e decisamente carino. Nick Hornby mantiene il suo tocco sarcastico (si sghignazza parecchio seguendo le elucubrazioni della protagonista, Katie) ma anche amaro a tratti. A me , questo scrittore ricora molto Mark Twain. In realtà, benchè la sovracopertina dove si può leggere la trama si spertichi a volergli trovare risvolti pedagogici e sociali, io penso che questo libro non vada proprio da nessuna parte ma riesca invece nel suo intento, vale a dire fornirci un quadro vivido e presumibile di una storia ordinaria ma anche rappresentativa di come vanno le cose nella vita, e che poi ognuno, se ne proprio ne ha voglia e non ne può fare a meno, ne cavi i significati e gli insegnamenti che meglio crede. Intanto lui ha stigmatizzato, ha divertito e ha pure incassato il dividendo della vendita della copia che ci si è accaparrati.
In quest'ottica, la storia di una medico donna della provincia londinese che è in crisi col suo matrimonio e con se stessa, è un godibile spaccato di vita in cui situazioni surreali (guaritori vagabondi, senzatetto approfittatori, ipocondriaci mai cresciuti) si intrecciano con la progressione interna di Katie per arrivare alla certezza che essere buoni non solo è inutile e impossibile, ma anche molto relativo. Nella storia che ci viene raccontata, si finisce rapidamente per simpatizzare con i protagonisti (primo fra tutti il sardonicissimo figlioletto di otto anni, Tom, un vero cinico tagliente e ingestibile) e ognuno ha le sue ragioni e le sue necessità, e in ultima analisi le sue idee e il lettore come accennato prima può trarne le conclusioni a lui più congeniali sulla precarietà della famiglia, sulla improbabilità di riuscire a sentirsi "a posto" nel mondo e con se stessi. In ogni caso, ho tratto un qualche messaggio da questo libro almeno quanto ne traggo da una puntata di C'è posta per te della DeFilippi, ma resta una lettura altamente godibile e consigliata a chiunque sappia apprezzare lo humor ironico e sottile dello scrittore.
Piccola nota finale. Non ho capito come finisce il libro, e a questo punto visto che è il secondo di fila mi inizio a preoccupare...
Qui un link alla copertina. postato da: demonedellautunno | commenti (3) lunedì, gennaio 12, 2004 "L'elenco telefonico di Atlantide" è la prima fatica letteraria di Tullio Avoledo e a dirla tutta sa proprio di esercizio, di collage di tante buone idee accrocchiate assieme e coccardate dal titolo acchiappone. Ha soggiornato sul comodino del demone per circa quattro giorni, il tempo necessario perchè complice l'insonnia venisse divorato, ed è entrato a far parte della mia personale top five dei migliori libri dell'anno. Anche perchè, siamo al 12 e ho letto ancora solo 3 libri quest'anno. La storia è sconclusionata almeno quanto un turco dopo un narghilè al plutonio, e sul finale tende a scontornarsi per cui si chiude il libro con l'amena sensazione di non averne capito la fine, ma tant'è. Si parla di uno sfigatissimo ragioniere panzone sarcastico, Giulio, che tromba con la superiore al lavoro che in realtà è una discepola di non si capisce bene che setta egizia in cerca di dominazione del mondo. Insomma, non ci risparmiamo clichè del tipo Sacro Graal (ma l'autore lo introduce prendendosi in giro da solo, tanto ne è consapevole), ricerche metafisiche del Terzo Reich e chincaglieria soprannaturale varia.
Insomma, stroncatura? Neanche per idea. Se la trama in effetti sembra più un pretesto per un esercizio di stile, fra flashback, intrecci narrativi à la Pulp Fiction et similia, lo stile è spettacolarmente ironico, disincantato, le pagine scivolano via una dopo l'altra ad una velocità impressionante tanto i dialoghi, le scene, l'incastro (quello che al corso all'università chiamavamo "intreccio") sono ben congeniati e scritti. L'autore da il fondo al proprio repertorio di battute, aforisimi, persino pareri sull'esistenza di ognuno, o meglio, sul Giulio che è in noi. Ci troviamo che le prime duecento pagine accadono poche cose e tutte ordinarie eppure si leggono e ci si immedesima, e si ridacchia senza neanche rendersene conto. E alla fine, benchè si fatichi a capire come si è conclusa la vicenda (c'è tanto di colpo di coda che sa tanto di Matrix...) si rimane soddisfatti e sghignazzanti e si ripone il tomo non in fondo alla libreria, perchè quasi quasi, me lo rileggo una seconda volta.
Qui il link per info supplementari. postato da: demonedellautunno | commenti domenica, gennaio 11, 2004 Non ce n'era bisogno, ma eccolo qui lo stesso. Servirà come contraltare dell'altro blog, e ci voglio mettere quello che penso su ciò che ho sul comodino, vale a dire libri e cd. Qualche volta ci passa pure un dvd. Insomma, ho avuto una idea originale. postato da: demonedellautunno | commenti |